Segui il nostro Progetto di Educazione Finanziaria - L'economia e la finanza non sono materie semplici da capire e da apprendere, ed inoltre sono erroneamente percepite come competenze scientifiche. L'aspetto distintivo delle scienze sociali, quali sono appunto l'economia e la finanza, è che l'oggetto su cui si esercitano è costituito da teorie e principi che sono al tempo stesso profondamente impregnati dai comportamenti umani. Vale a dire che tra i principi e le azioni umane si genera un continuo flusso di azioni e reazioni tali per cui i comportamenti modificano i principi economici, e questi ultimi a loro volta influenzando le azioni umane. Non a caso il linguaggio anglosassone quando parla di economia usa due termini complementari: economics quando vuole indicare la scienza economica ed economy quando fa riferimento ai fatti economici. Il nostro progetto di educazione finanziaria ha l'obiettivo di dotare i suoi utenti di categorie interpretative dei principali fatti economici e finanziari, così che in futuro possano essere attrezzati a compiere scelte motivate, a sbagliare di meno, a comportarsi con raziocinio, relativamente a questioni di lavoro, imprese, prezzi, redditi, consumi, risparmi, investimenti e di tante altre similari. La familiarità con principi indissolubilmente collegati ai fatti della vita quotidiana dovrebbe rendere le persone più accorte e sobrie nel compiere le proprie scelte.

Europa 4.0: una questione semantica

Creato: Sabato, 07 Luglio 2018 Pubblicato: Sabato, 07 Luglio 2018 Scritto da Danilo D'Amico Stampa Email
Europa 4.0

Governare con neologismi e frasi idiomatiche. Questo articolo si occupa del ruolo che neologismi e frasi idiomatiche (altrimenti dette idiotismi) hanno da tempo assunto nel dibattito politico ed economico europeo. Sostiene che, nelle dispute contemporanee, prevale la pratica del ricorso a stilemi che permettono di creare una sovrapposizione di piani semantici e narrativi, strumentali ad avvalorare l’una o l’altra tesi. E che queste pratiche creano ambiguità difficilmente risolvibili. Per esempio, se la frase idiomatica “prendere un granchio” può essere decodificata senza ambiguità nel significato di “commettere un errore”, lo stesso non può dirsi per espressioni come “euro scettico” o “riforme strutturali” o “hotspot”. Termini e frasi del dibattito sull’Europa sembrano essere utilizzati con significato non univoco, a volte non definito, con la conseguenza di imbarazzanti confusioni. L’articolo prende in considerazione termini ed espressioni come Armonizzazione; EuropeistaEuroscettico; LeaveRemain; Euro ExitEuro Remain; Riforme Strutturali; Sovranità Monetaria; Più EuropaMeno Europa, Hotspot. Quest’ultimo termine, utilizzato nel contesto specifico dei flussi migratori verso l’Unione europea, è emblematico del livello di confusione narrativa. La speranza dell’autore è che la riflessione proposta possa contribuire ad una migliore comprensione del perimetro semantico entro il quale si sviluppa la disputa europeista.

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Recenti avvenimenti di politica interna italiana, le pressioni internazionali che li hanno preceduti e seguiti, i dibattiti che ne sono scaturiti, sono un’occasione ghiotta per analizzare neologismi e frasi idiomatiche  che, ormai da tempo, caratterizzano gran parte del dibattito politico in Europa.

Se è nelle parole e nelle locuzioni che si sedimentano i cambiamenti dei costumi dei popoli, gli europei, in pochi anni, hanno avuto la loro abbondante razione. Cerchiamo allora d’identificare queste nuove terminologie e tentiamo un’analisi del loro contenuto e del loro utilizzo.

Cominciamo con i termini "Euroscettico" ed "Europeista".

Queste due parole sembrano essersi trasformate in due mantra, opposti e ricorrenti, divenuti il convitato di pietra in ogni tavolo di progettualità politico-economica nazionale dei paesi aderenti all’U.E. Oggi ci si domanda se movimenti ed esponenti politici sono "euroscettici" oppure "europeisti", così come una volta ci si domandava se fossero “di destra” o “di sinistra”. Che cosa sta succedendo?

Ad esempio, recenti vicende politiche italiane si sono caratterizzate per il serpeggiante sospetto che in Italia potesse insediarsi una compagine governativa euroscettica, composta da ministri non europeisti. Il dibattito si è acceso, a livello locale ed internazionale: giornali con titoli più o meno aggressivi, vignette satiriche, dichiarazioni infuocate, peggioramento di alcuni indicatori finanziari (spread Btp-Bund, indici di borsa, ecc.). Qual è il senso e la misura di queste dispute?

In effetti, non sembra facile comprendere senso e misura, dato che quello europeo non è un progetto definito, ma un progetto in costruzione dal 1957 del quale ancora non s’intravede il completamento (per conoscere le 5 ipotesi di scenari evolutivi da oggi al 2025, vedi il Libro bianco sul futuro dell’Europa del marzo 2017).  

Veniamo ad un altro temine comunitario copiosamente utilizzato: "armonizzazione", che sta ad indicare quel processo di graduale avvicinamento degli obiettivi e delle politiche e, quindi, delle legislazioni nazionali. In questo senso l’armonizzazione costituisce una delle finalità della originaria CEE (l’art. 2 del Trattato Cee del 25/03/1957 parla di "sviluppo armonioso").

Si può essere scettici o fiduciosi su un progetto non ancora definito in molti dei suoi contenuti principali? Certo che si, dovrebbero rispondere i tanti che ben ricordano la difficoltà d’identificare il portato semantico delle parole "destra" e "sinistra", nella loro accezione politica. Negli anni ’90 Norberto Bobbio volle rilanciare ideologicamente l’annosa questione, ma il senso pratico di quel tentativo fu messo in crisi, in quegli stessi anni, dalla lucida ironia di Giorgio Gaber nel suo noto componimento “Destra-Sinistra”.

Chi poteva cogliere, allora (ma anche oggi), il senso e la misura del progetto della sinistra o della destra, per non parlare delle accezioni sfumate di centro-sinistra o centro-destra? Con la questione europea, ci troviamo ancora di fronte a termini dei quali è difficile comprendere l’effettiva portata e il reale significato.

Ricordiamo che in occasione del referendum del giugno 2016 sulla cosiddetta "Brexit", vennero sintetizzati i due termini: "leave" e "remain". Rappresentavano le due opzioni della scelta che i cittadini britannici erano chiamati ad operare: “andarsene” o “rimanere”? A guardar bene, il Regno Unito non doveva scegliere se uscire dall’Euro, in quanto nell’Euro non vi era mai entrato. Com’è noto, Londra non aveva mai condiviso l’idea di una moneta unica europea ed era rimasta fedele alla sterlina. La scelta britannica, dunque, è declinata con uscire o rimanere nel senso di risolvere o mantenere il contratto con gli altri stati europei. Com’è noto, ha prevalso la seconda opzione e il Regno unito si è avviato verso l’abbandono dell’ambito sovranazionale europeo. Ma quali sono state le ragioni del leave e quelle del remain?

Nel dossier "Brexit sì o no: le cinque ragioni dei due fronti pro e contro l’Unione Europea" di Nicol Degli Innocenti edito da Il Sole 24Ore del 18/06/2016 ne venivano riepilogate 5 a favore e 5 contro.

I 5 vantaggi del Leave: 1) Riprendere il controllo dell’immigrazione; 2) Tutelare la sicurezza nazionale; 3) Riconquistare la sovranità nazionale; 4) Riprendere il controllo della spesa pubblica; 5) Sottrarsi alla burocrazia comunitaria.

I 5 vantaggi del Remain: 1) Evitare un salto nel buio; 2) Godere dei vantaggi del mercato unico; 3) Mantenere il peso geopolitico di Londra; 4) Fronteggiare minacce globali con la forza UE; 5) Evitare i rischi di separatismi interni.

Altra disputa accesa è quella "Euro Exit” o "Euro Remain”? Gli analisti di Money.it, nel report del 18/04/2018 dal titolo “Ritorno alla Lira: vantaggi e svantaggi", ipotizzano uno scenario distopico, in cui non sia l’Italia a uscire dall’Euro, bensì l’Eurozona a disgregarsi a causa di choc esterni e interni di grave intensità. In tale contesto, elencano i vantaggi e gli svantaggi per l’Italia del ritorno ad una moneta nazionale.

Vantaggi del ritorno alla Lira: 1) Svalutazione della moneta e inflazione gestibile; 2) Aumento produzione industriale e Export; 3) Migliore distribuzione dei salari; 4) Crescita dell’occupazione.

Svantaggi del ritorno alla Lira: 1) Maggiori tasse sui consumi; 2) Tassi d’interesse alle stelle; 3) Aumento del debito pubblico; 4) Classe politica incapace a gestire l’uscita.

Questi termini ed espressioni hanno in definitiva un unico portato di significato, che rimanda alla fattibilità del progetto europeo, ma il loro utilizzo ha l’effetto di diluire, di suddividere, di sezionare tale significato unico in tanti (e apparentemente diversi) ambiti semantici. Al punto che dobbiamo chiederci se essi significano davvero qualcosa o sono solo i drappi di uno stendardo, di una bandiera, che fa appello non alla ragione argomentativa, ma alla fede simbolica.

Viene il dubbio che, dopo lunghi anni di trascinamento nella realizzazione del progetto comunitario, sia l’istanza europeista che quella non europeista, si stiano trasformando in ideologie basate sulla trascendenza dei simboli, sulla ripetizione instancabile di formule che hanno più a che fare con giuramenti di fedeltà che con argomentazioni razionali.

In effetti, i termini e le espressioni che abbiamo esaminato sembrano far riferimento ad un sentimento, di fiducia o sfiducia, nel progetto europeo. C’è un sentimento, più che una ragion veduta, perché l’idea di una confederazione europea sembra richiederci di gettare il cuore oltre l’ostacolo, piuttosto che aderire ad un progetto definito e strutturato. Se dopo 60 anni gli europei non sono riusciti a condividere una visione comune, se nel 2017 ancora si domandano se andare “avanti così”, o fare “solo il mercato unico”, oppure dividersi tra “chi vuole fare di più” e “chi no”, o ancora “fare meno in modo più efficiente”, o infine “fare molto di più insieme”, qualche motivo ci sarà. Non si può chiedere fiducia ai cittadini su progettualità non ancora chiare dopo un tempo così lungo.

Anche se analizziamo un ambito in cui il progetto europeo sembra essere in buona parte realizzato, ad esempio quello valutario e finanziario (U.E.M.), la questione non cambia di molto.

La U.E. si compone di 27 paesi (escludendo già il Regno Unito), di cui 19 utilizzatori dell’Euro, 7 che non lo utilizzano, ma si sono impegnati ad utilizzarlo in futuro una volta soddisfatte le condizioni necessarie, e 1 (la Danimarca) non aderente per deroga ai protocolli del trattato di Maastricht.

Se analizziamo le suggestioni sottostanti ai vantaggi e svantaggi sopra indicati, tenendo più conto della sostanza che della forma con la quale sono stati espressi, si vede come il loro comune denominatore sia, in effetti, la speranza. Da un lato, la speranza che, rimanendo agganciati alla politica comunitaria e/o a all’area valutaria sovranazionale, alcuni importanti aspetti della vita economica e sociale del proprio paese possano migliorare. Dall’altro, la speranza che gli stessi miglioramenti potranno realizzarsi solo sganciandosi dalla politica comunitaria e/o dall’area valutaria. Ma se c’è speranza, verosimilmente, c'è anche insoddisfazione. In entrambi i casi, infatti, il sottostante dei dibattiti sembra essere un sentimento d’insoddisfazione.

Per chi condivide la visione europeista, il disappunto per le ricadute delle politiche nazionali/sovranazionali e degli choc e recessioni internazionali si potrà sanare con maggiore integrazione. Per costoro la risposta è contenuta in un’altra suggestiva espressione: "più Europa". La dissonanza cognitiva di questo approccio sta nel fatto che se non è definito il progetto d’integrazione non è dato comprendere cosa voglia dire “più Europa”.

Gli euroscettici, invece, percepiscono l’unione come un agglomerato di Stati che ha perso di vista le ragioni del loro stare insieme ed in cui l’iniqua persistenza di choc e recessioni (a chi più e a chi meno) rischia di bruciare mezzo secolo di slanci intellettuali, di emozioni collettive, di costruzione di un progetto senza uguali nel mondo. Per loro la risposta è "meno Europa". Qui la dissonanza cognitiva risiede nel fatto che se non è definita una politica nazionale che possa fare a meno dell’integrazione europea non è dato comprendere cosa voglia dire effettivamente “meno Europa”.

"Più Europa" e "Meno Europa": ancora due espressioni di cui è difficile cogliere l’effettiva portata e il reale significato. Ricordano il motto di Dumas "Tutti per uno e uno per tutti" e il proverbio popolare "Chi fa da sé fa per tre". Perché vengono dette queste frasi?

Sembra proprio che il dibattito politico europeo sia trincerato dietro stilemi e scelte linguistiche che svelano il predominio del pensiero veloce, avvezzo all’uso di spot propagandistici, il quale ha ormai soppiantato il pensiero lento, più faticoso perché attento all’analisi e alla comprensione.

Gli stati nazionali, che in passato gestivano i loro rapporti con protocolli e trattati bilaterali o multilaterali, da decenni tentano con il progetto europeo una progressiva integrazione, basata su un’unica piattaforma contrattuale. Ma a quanto pare i risultati sono scadenti.

Ci ricordano i giuristi che, in casi come questi, è necessario un autentico animus novandi, ovvero la volontà di estinguere la precedente obbligazione per farne sorgere una nuova, che deve risultare in modo non equivoco, altrimenti le nuove obbligazioni affiancheranno quelle originarie.

Nel suo sviluppo non lineare, la progettualità europea è, purtroppo, piena di equivoci.

Proviamo a cercare qualcuno di questi equivoci, in cui dei paesi aderenti all’unione (contraenti di obbligazioni comuni) hanno perseguito finalità egoistiche, impegnandosi in obbligazioni unilaterali favorevoli solo a loro (Video meliora proboque, deteriora sequor). L’ipocrisia dell’armonizzazione fiscale ci fornisce più di un esempio. Il Lussemburgo (paese natale di Jean-Claude Juncker, attuale presidente della C.E.) è stato un paese a fiscalità agevolata (quindi con autonoma presa di beneficio), tanto che ha fatto parte, fino al 2014, della black list italiana degli Stati e territori aventi un regime fiscale privilegiato, ossia, con tassazione bassa o addirittura nulla. Lo schema fiscale del "doppio irlandese” o del "sandwich olandese” ancora oggi favoriscono i colossi tech (tra questi, Apple, Facebook, Google) a beneficio solo di Irlanda e Olanda.

Perché queste gravi dissonanze nello sviluppo armonioso della comunità? Se gli stati europei stanno armonizzando le loro politiche fiscali dal 1957, come mai, dopo tutti questi anni, vi sono ancora paesi con regimi fiscali incompatibili con il progetto europeo?

Alla luce di questi “equivoci” bisognerebbe chiedere a Juncker cosa intende, quando scrive nel suo Libro bianco sul futuro dell’Europa, con le espressioni “avanti così” o “fare molto di più insieme”.

È evidente che nel work in progress del progetto europeo molte cose sono state gestite male e che alcuni paesi hanno sopraffatto altri.

Forse è ora di smetterla di litigare con termini e frasi prive di contenuto, di riprendere in mano il progetto europeo, definirlo e consolidarlo, indicare una rigorosa tempistica di cantiere e mettersi al lavoro. Sbaglia chi crede che ci sia un progetto solido, necessario e immodificabile, così come sbaglia chi è convinto che non ci sia nessun vincolo effettivo e che tutto possa essere rimesso in discussione.

È questo il tallone d’Achille sia dell’europeismo militante che dell’euroscetticismo diffuso.

E così, nel caos dei neologismi e degli idiotismi, ogni errore si alimenta dell’errore contrario.

Proprio perché quello europeo è un progetto senza uguali nel mondo, non vi è una ricetta predeterminata, verificata e certa. Ma allo stesso tempo, non si può ignorare l’esistenza di un accordo programmatico tra i vari paesi, che nel corso dei decenni ha cercato (e sta cercando) di tradursi in modelli operativi in grado di coniugare il loro singolare portato geo-storico e geo-politico. Gli europei devono costruire la loro Unione, insieme, ma con responsabilità, un passo alla volta, ma con tempi certi e predeterminati. Sì, nella costruzione si faranno degli errori. Ma quando si fanno degli errori bisogna saper ammettere di aver sbagliato, tornare sui propri passi e rimediare. Solo con questo animus si potrà portare a compimento un progetto complesso come quello dell’Unione Europea.

Una procedura di riconoscimento dell’errore sembra essere ancora del tutto assente nelle istituzioni europee. Oggi sono in molti a pensare che sia sbagliato quel modus operandi che la cosiddetta Troika (C.E., B.C.E. e F.M.I.) ha liturgicamente seguito nelle crisi che hanno coinvolto Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia. Quello della prescrizione tout court di "riforme strutturali" (altra suggestiva espressione cui dobbiamo dedicare uno spazio di analisi). Questa locuzione è diventata un vero tormentone, col quale l’U.E. “bacchetta” le istituzioni dei paesi economicamente e finanziariamente più deboli. Ma cosa sono le "riforme strutturali"? Nella definizione della B.C.E. esse sono misure che modificano in meglio il tessuto di un’economia, consentendo miglioramenti della produttività, degli investimenti e dell’occupazione. Queste non meglio identificate “riforme” sembrano una sorta di moderno lapis philosophorum, riadattato per l’occasione ad uso e consumo della politica economica, capace di portare elevata produttività, buon livello d’investimenti, bassa disoccupazione, prezzi bassi, crescita economica equilibrata. Insomma, nella suggestione proposta dalla B.C.E. le "riforme strutturali" sono quelle “misure” che, se adottate da un paese, fanno andare le cose per il verso giusto. Ma il loro contenuto resta in gran parte incerto e indefinito. Ad esempio, non è dato sapere che ruolo giochi la prospettiva di un mercato concorrenziale nella elaborazione delle riforme strutturali, in un contesto reale caratterizzato da politiche di dumping e dazi doganali.

L’esortazione a fare le riforme strutturali suona come l’esortazione paternalista “Fai il bravo!” Che vuol dire esattamente “Fai il bravo”? Per paesi caratterizzati da contesti geo-storici e geo-politici molto eterogenei, con ambienti linguistici ed espressivi diversi, può esserci una “ricetta unica” per “fare i bravi”, cioè per fare le “riforme strutturali”? C’è un manuale, un libretto di istruzioni? C’è un’accademia che abbia definito limiti, senso e misura di queste riforme? Chi può predire se una riforma produrrà effettivamente crescita economica? Questi interrogativi non sono privi di fondamento.

E così sorgono le contraddizioni, i dubbi e i retro pensieri che trasformano l’esortazione alle “riforme strutturali” in un ennesimo mantra della retorica politica.

Ma v’è di più.

A latere di (indefinibili) “riforme strutturali”, che i singoli paesi dovrebbero attuare nell’ambito della loro autonomia nazionale, le istituzioni europee attuano politiche sovranazionali, a loro delegate dai paesi membri. Una funzione statale delegata, oggi frequentemente richiamata nei dibattici politici ed economici, è la cosiddetta “sovranità monetaria”.

Nella buona sostanza, gli stati membri della U.E. hanno rinunciato alle loro politiche monetarie nazionali per adottare una “politica monetaria comune”, che è stata demandata al sistema delle banche centrali (S.E.B.C.) diretto dalla B.C.E. Quest’ultima, dopo operazioni di LTRO attuate dal 2011, ha avviato – dal gennaio 2015 – il cosiddetto Quantitative Easing (in italiano “alleggerimento quantitativo”), di cui è stato recentemente annunciato l’inizio della fine, a partire dal 2019.

Qui ci interessa solo evidenziare che il Q.E. è una politica monetaria non ortodossa, anche detta non convenzionale. Giova precisare che "non ortodossa” (o non convenzionale) significa non conforme ai principi della scienza economica. Cioè, anche in questo caso, non vi è un’accademia, una teoria economica di riferimento. Dunque, il S.E.B.C. e la B.C.E., seguono politiche “non ortodosse”, cioè discrezionali, definite all’impronta, giusto per far fronte all’emergenza, sperando che poi le cose si sistemino. Valgono qui le stesse considerazioni sopra sviluppate per le riforme strutturali.

Come si vede, risulta difficile costruire un’equazione di significato delle locuzioni “riforme strutturali” e “politica monetaria comune”. Queste espressioni nascondono (per non dire autorizzano) ampi margini di discrezionalità.

Le cose non cambiano se ci spostiamo su un altro tema “caldo”, quello dei flussi migratori verso l’Unione europea. Qui troviamo il neologismo hotspot, che sembrerebbe avere due diverse accezioni nel database terminologico delle istituzioni dell’Unione Europea (IATE). Una disamina critica dei significati e dell’utilizzo dell’anglicismo hotspot è disponibile nel blog Terminologia etc. di Licia Corbolante, alla cui lettura si rinvia. Qui non resta che prendere atto che il precipitato semantico del termine può essere declinato come “centro di prima accoglienza” oppure “zona alla frontiera esterna dell’UE interessata da pressione migratoria sproporzionata”. Non si riesce a comprendere bene come questi significati vengano utilizzati nella progettualità europea sulla gestione dei flussi migratori. Il concetto di “prima” accoglienza lascia chiaramente intendere che vi sarebbero delle fasi successive, ma non è altrettanto chiaro chi, come e quando debba intervenire in queste successive fasi, né in che cosa esse consistano. Nella sua accezione di “zona di frontiera”, invece, hotspot ci appare in un significato meramente descrittivo dello stato di fatto di un territorio che, proprio perché dichiaratamente sottoposto ad una “pressione migratoria sproporzionata”, rischia di essere percepito come una sorta di ghetto di disperati. Secondo una comunicazione della Commissione Europea del 29/09/2015 - COM(2015) 490 final/2 – al Parlamento Europeo, ne sono esempi la Sicilia e Lampedusa in Italia e Lesbo e Kos in Grecia. Complici la oggettiva difficoltà del problema, da un lato, e l’ambiguità terminologica, dall’altro, il dibattito politico svia ogni responsabilità progettuale e presenta la creazione di hotspot come una soluzione, e non come una fase di un progetto per la gestione dei flussi migratori. In tale suggestione il punto è dove fare gli hotspot: in Italia, in Grecia, in Libia, in Tunisia, al di fuori dei confini orientali o altrove? La sostenibilità nel medio/lungo periodo di tali hotspot, l’analisi degli attuali flussi migratori come conseguenza di scelte politico-economiche internazionali (ad es. in ambito W.T.O.), l’impatto futuro degli hotspot sull’evoluzione dei flussi migratori, sono aspetti poco o per nulla indagati. Come sempre, l’urgenza acceca il buonsenso.

La ricerca dell’effettivo significato dei nuovi termini e delle frasi idiomatiche oggi così profondamente entrati nella comunicazione istituzionale europea può portare ad inevitabili delusioni e perplessità. Se per significato intendiamo il valore di un fatto in rapporto alle ragioni che lo hanno motivato o alle sue eventuali conseguenze, è probabile che troveremo poco o nulla.

Questa situazione trova una favorevole condizione di sviluppo nel fatto che l’Unione Europea ha 24 lingue ufficiali. Nella sezione del sito della Commissione Europea dedicata al multilinguismo si legge: “Le lingue possono gettare ponti fra i popoli, permettendo così di accedere ad altri paesi e culture e di capirsi meglio”. Se poteva essere comprensibile e condivisibile l’entusiasmo iniziale per il motto europeo "Unità nella diversità adottato nel 2000, dopo diciotto anni dalla sua adozione i risultati sotto il profilo semantico risultano scadenti.

La preoccupazione delle istituzioni europee riguardo all’informazione e alla comunicazione sembra caratterizzata esclusivamente da un approccio di marketing teso a favorire nei cittadini UE un atteggiamento europeista, come si rileva nella Guida Europe Direct del 07/09/2016.

In questo contesto, l’Europa ha visto i canoni dello spettacolo e della pubblicità entrare prepotentemente nelle principali forme di comunicazione. L’atto del comunicare ha fatto della velocità e della semplificazione i suoi due pilastri irrinunciabili. Il tutto con il consenso di un pubblico sempre più in cerca di un anestetico contro la complessità, supportato in questo dal pulviscolo dei social, dei tweet, dei post, dove sembra svanire la distinzione tra ciò che è vero, ragionevole, misurato, e ciò che è ingannevole e fasullo. Le tecnologie della connettività hanno favorito l’adozione di slogan, spot, neologismi e frasi idiomatiche, che hanno assunto un ruolo dominante nella trasmissione di significati e portati narrativi.

Se questi stilemi hanno spesso un significato ambiguo, perché vengono così frequentemente utilizzati? Forse perché sono funzionali a veicolare una credenza e anche la sua negazione. Ciò che si sviluppa utilizzando questi sistemi di comunicazione veloce ha più a che fare col dibattito religioso che con la disputa scientifica. Se ci mettiamo in questa prospettiva, scopriamo che questi modelli comunicativi servono a sostenere (o a negare) l’assenso verso una qualche credenza.

Nell’esortazione “Ce lo chiede l’Europa” riecheggia il grido “Dio lo vuole” col quale Pietro l’Eremita infiammava gli animi dei fedeli per la conquista della Terra Santa?

Anche oggi gli animi s’infiammano per rimanere o uscire dall’Euro o dalla U.E., fare o non fare le riforme strutturali, proseguire o smettere con il Q.E., creare qui o là degli hotspot.

Le caratteristiche di questi schemi di comunicazione sembrano avere più affinità con la propaganda che con l’informazione. Come sempre accade, un sistema propagandistico deve reggersi su un timore condiviso, che oggi si concretizza, da un lato, nell’incertezza macroeconomica conseguente a un sovraindebitamento diffuso e, dall’altro, nell’instabilità sociale portata dalla pressione migratoria.

Paure che restano sullo sfondo, ma che favoriscono la deriva dei piani semantici e narrativi della comunicazione europea.

Le decisioni prese e le misure attuate, nel contesto generale di macro-incertezza, hanno avuto (ed hanno) ricadute diverse e diseguali nei paesi membri dell’unione. Alcuni sono stati chiamati a pagare un caro prezzo in termini di sviluppo economico, occupazione, debito, costi sociali, ecc. Altri sono stati avvantaggiati sotto gli stessi profili, in un triste gioco a somma zero, dove ciò che perde l’uno viene acquisito senza merito dall’altro.

Gli europei sono sfibrati da promesse deluse, attuazioni parziali, rinvii, lungaggini e inadeguatezza gestionale. È ora di riprendere in mano il progetto europeo, che langue da decenni con una barba lunga di 60 anni, e rimetterlo a nuovo utilizzando il rasoio di Occam. Vanno subito riviste due cose: governance e accountability. Se non si farà al più presto, si rischia una inopportuna spaccatura tra l’Europa della pianura del Nord e l’Europa marinara del Sud. Alla lunga, la miseria - che è figlia della prevaricazione - non paga. Ce lo ricorda la metafora del soldato Joe nel film Paisà di Roberto Rossellini. Nel secondo episodio del film, il soldato afro-americano Joe, in stato di ebbrezza, racconta i propri sogni di gloria allo scugnizzo napoletano Pasquale, il quale, quando il soldato s’addormenta, ne approfitta per rubargli le scarpe. Perché gliele ruba? Perché la meccanica degli eventi lo ha catapultato in uno stato di desolazione e miseria dal quale non riesce a risollevarsi. E in quello stato prevale una ottusità del pensiero che riesce a vedere soltanto il proprio immediato vantaggio, da afferrare ad ogni costo, anche in spregio del proprio onore e della propria dignità. Sia questo un monito per le istituzioni comunitarie e tutti gli stati europei, che devono ricordare a se stessi che il benessere comune si costruisce attraverso la lealtà e la condivisione, e che devono cambiare atteggiamento se vogliono evitare di rubarsi le scarpe l’uno con l’altro.

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